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Lezioni di vita da film, musica, libri, fumetti e non solo.

Casa, musica e mondiali di calcio: a random

Consigliato a: amanti del divano, Tom Waits, leghisti e non, estimatori di parentesi che si aprono e non si chiudono, gente che stanotte è andata a letto alle due e mezza.

“Era una casa molto carina senza soffitto, senza cucina…” la ricordo dai tempi dell’asilo ma, come per molte delle cose che si sanno a memoria, non l’ho mai veramente ascoltata. La canzoncina descrive una casa per sottrazione, elencando nell’ordine: soffitto, cucina, pavimento, tetto e vasino che in realtà non esistono. L’indirizzo “via dei matti numero zero” rivela che chi canta è un fulminato totale che vede cose che non esistono e che sono pure belle, belle davvero (come lo sono tutte le cose che non esistono).

Una serie di fortuite circostanze (il contatto con persone africane e palestinesi e i mondiali di calcio) mi ha portata a riflettere sul concetto di “casa” e sul senso di appartenenza. Per farlo, ho chiesto suggerimenti musicali sul tema ai miei amici: è venuto fuori di tutto. Canzoni, boiate simpatiche e qualche deriva trash (da me sempre apprezzatissima). Per questo proficuo confronto ringrazio: Teone, Manano, Robbberto, Vivien, Eri, V, Cortelazza, Scarpino, Cate, Elisabetta, Nando, Vinci, Bozzazzo, Stefano, Iv, Po’, Pisellino, Mattia, Rosa, Alessandro, Riccardo, Emanuela, Frank.

Fiete belliffimi! 🙂

Per me “casa” è quella cosa in cui: giro vestita e pettinata come la gattara dei Simpson, trovo gli interruttori della luce al buio, riconosco l’odore dei mobili e do per scontato il wi-fi.

Alla mia mancanza di poesia, supplisce The Cinematic Orchestra: There is a house built out of stone / Wooden floors, walls and window sills / Tables and chairs worn by all of the dust / This is a place where I don’t feel alone / This is a place where I feel at home. E ancora, i Dream Theater: Home, It’s what I long for. Back home, Where I belong. E c’è pure chi trova la sua “casa” in una persona, come Edward Sharp & The Magnetic Zeros: Home is wherever I’m with you. O chi, come Gino Paoli, si è beccato il virus della casa in via dei matti (ma l’amore è divino rincoglionimento, si sa): Quando sei qui con me questa stanza non ha più pareti ma alberi, alberi infiniti. Quando sei qui vicino a me questo soffitto viola no, non esiste più… Io vedo il cielo sopra noi.

Quello che centra perfettamente quel che vorrei esprimere qui è Tom Waits:

I never saw my hometown until I stayed away too long.

Credo che la sensazione di casa derivi dalla confortevole e rassicurante condivisione di una serie di codici e di assunti socio-culturali che sono dati per scontati e che, per questo, sono invisibili. A casa so come comportarmi: so cos’è scortese e cosa non lo è, so cosa è appropriato e so quanto margine di libertà posso prendermi a seconda del momento e della situazione. So bene la mia lingua, e questo mi permette di usarla su un piano più complesso di quello delle comunicazioni di servizio, ovvero quello ironico. Senza la mia lingua, perdo una parte importante di quel che sono. Ma riesco a rendermene conto solo quando mi confronto con chi è diverso da me: l’altro mi attira e mi incuriosisce ma, inutile negarlo, mi mette in difficoltà perché mi costringe a rivedere ciò che do per scontato, ovvero ciò che sono. Credo che ci sia un sottile e persistente timore di minaccia identitaria dietro diffidenze e razzismi: superarla sforzandosi di comunicare fa scoprire assaggi di mondi nuovi e un’infinità di inedite sfumature. Non è sempre un confronto facile, ma nuoce immensamente a ignoranza e pregiudizio, per cui ben venga.

homer tv

Ma torniamo letteralmente ai divani di casa: sono iniziati i mondiali di calcio. Quel che mi fa guardare i mondiali è grossomodo la stessa sensazione che mi spinge guardare i film horror: il gusto di avere strizza. Ma c’è anche qualcosa in più:

  1. I mondiali sono una delle poche occasioni in cui ci si riunisce in tanti a guardare la stessa cosa davanti alla stessa tv, come si faceva una volta.
  2. I mondiali ci ricordano chi siamo e ci danno un senso di appartenenza (ci riuscisse anche la politica, saremmo veramente un Bel Paese).

Insomma, a me di calcio non frega una cippa, ma l’atmosfera che riescono a creare i mondiali è inspiegabile e unica nel suo genere. E mi fa sentire a casa.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 15 giugno 2014 da in Musica con tag , , , , , .

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