Non aspettare di essere pronto

Torno a scrivere nel mio piccolo, imperfetto blog dopo ben due anni di stasi.

Perché non ho più scritto

Perché a distanza di tempo odio quasi tutto quello che scrivo. Mi appare improvvisamente incompleto, immaturo, a tratti persino ridicolo. Forse chi si dedica a qualsiasi attività creativa capisce cosa intendo. In fase di lavoro, non va quasi mai tutto liscio. Si inizia (ed è forse quello lo scoglio più grande), si procede, si cancella, si riscrive, si revisiona, si cancella di nuovo e via così.  Spesso c’è un’insoddisfazione cronica nei confronti del risultato del proprio lavoro, qualunque esso sia. Quel lato creativo l’ho messo da parte per un po’, credo per difesa, e posso dire senza ombra di dubbio, che si sta più tranquilli. Certo, a condizione di non ascoltare quella vocina che urla in direzione ostinata e contraria che qualcosa non torna, che manca un pezzo e che basta quel piccolo pezzo a fare di un enorme, meraviglioso puzzle, un puzzle incompleto.

Il momento

Dietro a ogni ritorno all’azione c’è quasi sempre un momento preciso, un’epifania inaspettata che ti restituisce un’immagine di ciò che sei ora e della distanza da colmare per diventare ciò che vorresti essere. La mia epifania l’ho avuta un sabato sera a un concerto, quando ho visto due donne sulla sessantina ballare davanti al palco. Erano bruttine, vestite male e scoordinate nei movimenti. Diverse persone, guardandole, ridacchiavano e facevano commenti stronzi.

Io sono rimasta a guardarle incantata.

Nel loro aspetto un po’ kitsch, la pelle cadente troppo abbronzata, il trucco approssimativo e quei foulard colorati che agitavano in aria fuori tempo, mi sono sembrate le donne più sfrontatamente libere che abbia mai visto. E la libertà è sempre bella da vedere. E contagiosa. E spaventosa, evidentemente. Perché io nei commenti e nelle risatine di chi stava a guardare ho percepito la codardia di chi si caca sotto anche solo a vederla da lontano quella libertà. La libertà di essere ciò che si è qui e ora, né più né meno. Quella stessa libertà che spesso ridefinisce i confini tra ciò che si fa e ciò che non si fa e che viene punita dal senso del pudore o del ridicolo.

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Esprimere la propria unicità senza chiedere il permesso

Mi piace pensare che quelle donne non sapranno mai che ho scritto su di loro e grazie a loro. Loro si sono limitate ad essere in modo autentico, in un punto preciso del tempo e dello spazio dove, per caso, c’ero anch’io. Se ne fregavano tanto delle risate e dei commenti stronzi, quanto dei miei illuminati momenti epifanici. Ed è questo il punto. L’autentica espressione di sé, qualunque essa sia, è un dono e richiede coraggio. Non incontrerà l’approvazione di tutti, anzi. Ma ho capito che quell’approvazione non è necessaria per fare ciò che mi va di fare. E, ancor più importante, che non è nemmeno necessaria la mia di approvazione. Non è necessario che io sia la fan numero 1 di me stessa. Mi è ormai chiaro che il momento in cui mi sentirò abbastanza pronta-brava-intelligente-originale per fare qualsiasi cosa non arriverà mai. Quello che conta è mettersi al lavoro, mantenere un canale aperto, possibilmente libero da giudizi e autocritiche feroci. Che senso ha l’autocritica se, al posto di spingere a migliorarti, congela l’azione? Cos’è il perfezionismo se non una paura fottuta in abito da sera e lustrini?

Enjoying the journey

So già che tra qualche giorno odierò quello che ho appena scritto, ma sono felice che questo giudizio non mi abbia fermata, almeno stavolta. E così torno per un po’ ad esplorare e a godermi il viaggio, frizioni, errori, refusi e imprevisti inclusi. E, soprattutto, anche se non mi sento abbastanza pronta-brava-intelligente-originale.

Ai cacasotto come me fa bene allenarsi all’imperfezione.

Ci fa tornare a casa.

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