Davanti al bivio

Ho una discreta familiarità con il concetto di horror vacui. Aristotele era dell’idea che la natura rifugge il vuoto. La fisica quantistica ritiene che il vuoto non esiste e che tutto è energia. Io non sono né Aristotele né un’esperta di fisica quantistica, ma grazie ai miei raffinati studi umanistici riesco a tradurre il concetto di horror vacui nella ciclica esperienza di farsela in braghe davanti a qualsiasi scelta porti a cambiare percorso. Farsela in braghe implica nella fattispecie: confusione, energie mentali e fisiche che ti sfuggono via come palloncini a elio, paura di non essere abbastanza, paura di essere troppo, paura di accontentarti, paura di non riuscire ad accontentarti mai e via così, in un’estenuante montagna russa emotiva di durata indefinita. Eccolo, l’horror vacui. Mi spalanca la porta di casa, saluta, stappa una bottiglia di vino di scarsa qualità, facciamo un brindisi e lui dà per scontato che può dormire da me fino a quando è necessario. L’horror vacui è un amico sfacciato, invadente e familiare. Gli preparo lenzuola, asciugamani e spazzolino, quando sono davanti al bivio.

Periodicamente, senza preavviso, lui spalanca la porta e arriva. Ho sempre invidiato chi riesce a scegliersi una vita e a restarci a lungo o addirittura per sempre senza provare una ciclica, inesorabile inquietudine che cade come un’accetta sul presente, ti taglia la testa e la catapulta in un indefinito avanti, lasciando il tuo corpo lì dov’è, scollegato, disorientato, stanco. Mi sento una specie di Maria Antonietta post-moderna senza nobiltà, soldi e parruccone, davanti al bivio.

fare una scelta

Davanti al bivio. Lo sai quando ci sei. Puoi dirlo anche guardandoti allo specchio. Ti vedi spento, incupito, scialbo. Oppure irritabile, sgradevole, insofferente. Oppure entrambe le cose, a fasi alterne. In un attimo ti sembra di camminare immerso nel cemento. Nessuna porta che si apre, buio, attimi di claustrofobia e, ogni maledetta volta, tirare fuori la forza per ripeterti che puoi farcela, che non ti manca niente, che va tutto bene, che ce la farai. Almeno fino al prossimo colpo d’accetta.

Per non contare le altre voci, le peggiori: le rassicuranti, seducenti e mortifere sirene del porto sicuro, del già visto, del conosciuto. Quel canto suadente che distrae dall’inquietudine intimandoti di non spostare niente e tu devi legarti all’albero maestro come Ulisse per non cedere. Davanti al bivio.

E nel frattempo quella curiosa lontananza da tutte le cose. La sensazione di non appartenere mai veramente a luoghi e persone, che molto ti libera e molto ti logora, fino a sfilacciare l’ultimo legame, quello più importante, con te stesso. E con te stesso intendo più o meno quella voce tranquilla che sa tutto in anticipo e che è sempre lì con te, da qualche parte, sepolta sotto il rumore delle aspettative altrui, sotto lo scudo di necessaria concretezza che il vivere qui e ora richiede, e sotto i consigli di chi vuole suggerirti di vivere la sua vita e non la tua; sotto i sensi di colpa per non sapere ciò che vuoi, oppure quelli ancora più scomodi per saperlo eccome; sotto il chiacchiericcio incessante del tuo amico sfacciato, spalmato sul divano di casa. È facile perdersi nel brusio che non ti appartiene, davanti al bivio.

Perché non cacciare quell’amico parassita a calci in culo, allora? Perché è una fastidiosa ma molto opportuna scusa per non uscire di casa. Perché ti racconti che vuoi limitare i danni fino a quando lui non se ne andrà. E ogni volta fingi di dimenticare che lui non se ne va mai. Sei tu che devi andartene. Sei tu che devi scegliere una strada, destra o sinistra. Davanti al bivio.

Il più delle volte non è la volontà a decidere, ma la stanchezza. Quando il tuo amico parassita ti ha prosciugato, esci di casa e ti sbatti la porta alle spalle. Ed eccoti nella terra di nessuno. Sei da solo, fuori. Esposto al sole, alla pioggia, al caldo, al freddo. Sai che puoi rientrare in casa, ma sai già che ci rientrerai solo a metà, anche se non lo vuoi ammettere a te stesso. Anche se credi di non sentirti pronto, sei stai vivendo tutto questo sei già davanti al bivio.

Ora tergiversare è un placebo. Ti presenti al mondo senza epidermide e tutto brucia troppo. Puoi voler credere che non puoi farci niente. E invece puoi. E devi. Il peggio è guardare la punta dei piedi al limite del ciglio e il nulla sotto, fino al folle volo di fiducia. Sai già, lo sai fin dentro alle cellule, che prima o poi ti lascerai cadere, e fin dentro alle cellule ti sentirai finalmente libero. E scoprirai, come sempre, che oltre il nulla c’è sempre qualcosa, anche se ora non lo vedi.

Che il vuoto è prima della scelta, mai dopo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...